Ogni giorno è minacciata dagli integralisti, ma non molla. Il suo allenatore: "Ha già vinto la sua sfida, è un esempio"
CARLA RESCHIA
Il suo problema non è boicottare le Olimpiadi, ma evitare, se possibile, di essere boicottata, e magari anche sabotata. Mehboba Andyar, 19 anni, è una mosca bianca: pratica l'atletica (corre sugli 800 e sui 1.500 metri) in un Paese dove il solo pensiero di una donna in tenuta da ginnastica rappresenta un peccato mortale; e sarà inoltre l unica rappresentante femminile dell Afghanistan ai Giochi di Pechino.
Nulla di invidiabile, perché, in attesa della gloria fa una vita d'inferno. Da quando la sua vicenda umana e sportiva è diventata nota soffre uno stillicidio quotidiano e inarrestabile di insulti, derisioni e telefonate minatorie. Alla parte meno sportiva della società afghana la sua attività appare peggio che blasfema e le conseguenze potrebbero essere pesanti, non solo verbalmente. Mehboba Andyar è costretta a ricordarlo ogni giorno, poiché si allena sulla vecchia pista in cemento piena di crepe dello Stadio nazionale di Kabul dove in epoca talebana andavano in scena impiccagioni, lapidazioni e linciaggi pubblici contro chi trasgrediva la speciale versione degli "studenti coranici" della morale islamica. Dalla sua ha, e non è poco, il sostegno psicologico della famiglia, degli amici e dell'allenatore che la segue, Shahpoor Amiri, percia non si lascia intimidire. Ma non è facile. «Ci sono state tante telefonate da gente che diceva che non avrei dovuto fare l atleta - ha raccontato al Times - spesso ci sono strani tipi che gironzolano attorno alla mia casa. In alcune occasioni, di notte, sono state scagliate pietre contro le nostre finestre e abbiamo ricevuto anche lettere di minacce».
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